La «Medea» di Seneca

Seneca, noto nella letteratura latina soprattutto come «educatore dell’umanità», grazie alle straordinarie sue opere di divulgazione della filosofia, soprattutto stoica, e del suo adattamento alla vita quotidiana dell’uomo, è autore anche di teatro.

IL TEATRO DI SENECA

Di lui sono note dalla tradizione nove tragedie di argomento greco (Hercules furens Ercole furioso Troades le Troiane, Phoenissae Le Fenicie, Medea Medea, Phaedra Fedra, Oedipus Edipo, Thyestes Tieste, Agamemnon Agamennone , Hercules Oetaeus Ercole sull’Eta), e una (Octavia, Ottavia) di argomento romano.
Il teatro di Seneca appare formalmente e concettualmente diverso dai cosiddetti Dialoghi che sono senza dubbio le sue opere più lette ed amate, e da quelle Epustulae morales ad Lucilium, che rappresentano l’eredità più grande della sua imponente attività letteraria. Diverso perché non troviamo più il Seneca riflessivo, pacato e appassionato educatore, che incita alla virtù e alla saggezza; troviamo invece personaggi animati da violento furor (pazzia), da passioni dirompenti, che non risparmiano atteggiamenti di esasperata crudezza nei confronti di sé e del mondo circostante.

CARATTERI DEI PERSONAGGI

Sembra che Seneca abbia voluto rappresentare nelle sue tragedie quel mondo di irrazionalità e di malattia interiore, totalmente agli antipodi rispetto a quello del saggio, che l’autore latino voleva delineare come figura modello a cui ispirarsi.
Ecco, ad esempio, che Medea viene descritta in scena in preda a furiosa collera, sentimento che Seneca aveva ampiamente trattato in un suo dialogo precedente, il De ira. Molto probabilmente, Seneca intendeva applicare le riflessioni teoriche del suo trattato filosofico ad un personaggio «vivente» in scena.

L’IRA DI MEDEA

Il personaggio di Medea può essere considerato un esempio delle tre fasi in cui si può manifestare l’ira:

1. Medea subisce un’offesa che non può trascurare, cioè il fatto di essere stata abbandonata dal marito Giàsone per sposare un’altra donna; 2. Si trova di fronte ad una scelta: soprassedere all’oltraggio o lasciarsi andare alla collera più sfrenata, e decide per quest’ultima opzione. Già nei primi versi della tragedia, infatti, si intravede dietro alle invocazioni alle varie divinità il suo proposito omicida; 3. Alla fine è completamente travolta da un’ira furiosa, che le ottenebra le capacità razionali e la porta a commettere l’orrenda uccisione dei figli, condannando sia il marito che lei ad un eterno dolore.

MEDEA, PERSONAGGIO TRAGICO DI GRANDE SPESSORE

In questo articolo vedremo dal testo latino di Seneca e dalla sua traduzione la figura di Medea, famosissima protagonista di una delle storie più celebri del mito greco, legata a quel Giasone, comandante degli Argonauti, che riesce, con l’aiuto della donna, ad impadronirsi del tanto agognato vello d’oro.
Il modello è la tragedia omonima di Euripide. Medea e Giàsone si sono rifugiati a Corinto, dopo esser fuggiti dalla Còlchide, dove Medea ha commesso terribili delitti per aiutare Giasone nella conquista del vello d’oro. Giasone, tuttavia, decide di abbandonare Medea per sposare la figlia del re Creonte: Medea ricorre alle sue arti magiche per uccidere Creonte e sua figlia. Infine, per vendicarsi del compagno traditore, uccide sotto i suoi occhi i figli avuti con lui.

Nei versi da 1 a 22 Medea invoca i numi tutelari della vendetta, a protezione del suo proposito per ora solo razionalmente concepito nella mente. La rabbia, per ora confinata in un progetto «teorico», lancia strali contro lo sposo, reo di averla lasciata per un’altra donna.

Seneca, Medea, vv. 1-22

Medea
[traduzione] [i numeri si riferiscono approssimativamente ai versi latini]

Dèi del matrimonio, io vi prego. Tu, del letto nuziale (2-3) custode, Lucina. E tu, Minerva, che insegnasti a Tifi a governare la prima nave che avrebbe domato i flutti, (4) e tu, Nettuno, che crudelmente regni sul mare profondo, (5) e tu Titano, che distribuisci al mondo la luce del giorno, e tu, (5-6), che offri il tuo complice raggio ai riti segreti, (7)Ecate Triforme, e voi dèi, sui quali Giasone mi giurò fedeltà, e voi, (8-9)voi che a Medea è più lecito invocare: Caos dell’eterna notte, (10) regni avversi agli dèi del cielo, e voi, Ombre del male, (11) e tu, Plutone, signore del regno dolente, e tu, Proserpina, signora (12) rapita da un amante di migliore fede: io vi prego con la mia voce funesta. (13) Ora, ora dovete venire, dee vendicatrici del delitto, Furie, (14) squallide col crine irto di guizzanti serpi, (15) che stringete la nera fiaccola con mani di sangue, (16-17) apparite orrende quali foste un tempo al mio matrimonio: la morte alla nuova sposa (di Giasone), (18) al suocero, a tutta la famiglia regale, date. (19) A me qualcosa di peggio, che possa augurare al mio sposo? (20) che viva, vaghi per ignote città privo di ogni cosa, (21) esule, impaurito, odiato, e di dimora incerta, (22) e, già ospite noto, desideri soglie altrui.

Di coniugales tuque genialis tori,
Lucina, custos quaeque domituram freta
Tiphyn novam frenare docuisti ratem,
et tu, profundi saeve dominator maris,
clarumque Titan dividens orbi diem,
5
tacitisque praebens conscium sacris iubar
Hecate triformis, quosque iuravit mihi
deos Iason, quosque Medeae magis
fas est precari: noctis aeternae chaos,
aversa superis regna manesque impios 10
dominumque regni tristis et dominam fide
meliore raptam, voce non fausta precor.
nunc, nunc adeste sceleris ultrices deae,
crinem solutis squalidae serpentibus,
atram cruentis manibus amplexae facem, 15
adeste, thalamis horridae quondam meis
quales stetistis: coniugi letum novae
letumque socero et regiae stirpi date.
Mihi peius aliquid? quod precer sponso malum?
vivat; per urbes erret ignotas egens 20
exul pavens invisus incerti laris,
iam notus hospes limen alienum expetat;

Valete !

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