Vogliamo iniziare con questo articolo un percorso, che ci porti alla seconda prova della maturità 2017 per il liceo classico (versione dal latino), non tanto fondato su temi grammaticali o sintattici quanto sulla modernità degli argomenti trattati dagli autori latini. Molti passi della letteratura latina in prosa, che è il genere che ci riguarda, si focalizzano su temi attualmente rilevanti, per esempio nel campo della sociologia, della politica, della morale.

Iniziamo con un brano di Cicerone tratto dal De officiis. Il brano potrebbe avere il seguente titolo

1. I motivi delle azioni umane e loro effetti su chi comanda

Cicerone, De Officiis, II 21—24

[21] Quaecumque igitur homines homini tribuunt ad eum augendum atque honestandum, aut benivolentiae gratia faciunt. cum aliqua de causa quempiam diligunt, aut honoris, si cuius virtutem suspiciunt quemque dignum fortuna quam amplissima putant, aut cui fidem habent et bene rebus suis consulere arbitrantur, aut cuius opes metuunt, aut contra, a quibus aliquid exspectant, ut cum reges popularesve homines largitiones aliquas proponunt, aut postremo pretio ac mercede ducuntur, quae sordidissima est illa quidem ratio et inquinatissima et iis, qui ea tenentur, et illis, qui ad eam confugere conantur. [22] Male enim se res habet, cum quod virtute effici debet, id temptatur pecunia. Sed quoniam non numquam hoc subsidium necessarium est, quemadmodum sit utendum eo dicemus, si prius iis de rebus, quae virtuti propiores sunt, dixerimus. Atque etiam subiciunt se homines imperio alterius et potestati de causis pluribus. Ducuntur enim aut benivolentia aut beneficiorum magnitudine aut dignitatis praestantia aut spe sibi id utile futurum aut metu ne vi parere cogantur aut spe largitionis promissisque capti aut postremo, ut saepe in nostra re publica videmus, mercede conducti. [23] Omnium autem rerum nec aptius est quicquam ad opes tuendas ac tenendas quam diligi nec alienius quam timeri. Praeclare enim Hennius
«Quem metuunt oderunt; quem quisque odit, perisse expetit». Multorum autem odiis nullas opes posse obsistere, si antea fuit ignotum, nuper est cognitum. Nec vero huius tyranni solum, quem armis oppressa pertulit civitas ac paret cum maxime mortuo interitus declarat, quantum odium hominum valeat ad pestem, sed reliquorum similes exitus tyrannorum, quorum haud fere quisquam talem interitum effugit. Malus enim est custos diuturnitatis metus contraque benivolentia fidelis vel ad perpetuitatem.

[24] Sed iis, qui vi oppressos imperio coercent, sit sane adhibenda saevitia, ut eris in famulos, si aliter teneri non possunt; qui vero in libera civitate ita se instruunt, ut metuantur, iis nihil potest esse dementius. Quamvis enim sint demersae leges alicuius opibus, quamvis timefacta libertas, emergunt tamen haec aliquando aut iudiciis tacitis aut occultis de honore suffragiis. Acriores autem morsus sunt intermissae libertatis quam retentae. Quod igitur latissime patet neque ad incolumitatem solum, sed etiam ad opes et potentiam valet plurimum, id amplectamur, ut metus absit, caritas retineatur. Ita facillime quae volemus et privatis in rebus et in re publica consequemur. Etenim qui (2) se metui volent, (3), a quibus metuentur (6), eosdem (5) metuant (4) ipsi necesse est. (1).

ANALISI

Le frasi evidenziate nel testo latino costituiscono un elemento rilevante dal punto di vista sintattico. Si tratta di relative prolettiche, che anticipano la loro reggente.
I numeri nell’ultimo periodo indicano la sequenza corretta della traduzione italiana.

TRADUZIONE

[21] Tutti i servigi che l’uomo presta all’uomo per aumentarne il prestigio e la dignità, li compiono per benevolenza, quando amano qualcuno per qualche motivo, o a fine di onore, allorché intuiscono il valore di qualcuno e lo ritengono degno della miglior fortuna possibile; oppure li compiono per qualcuno in cui hanno fiducia, e che credono che ben provveda ai propri interessi, o per qualcuno, di cui temono la potenza, o, invece, per qualcuno da cui ci si aspetta qualche favore, come quando i re e i demagoghi promettono qualche elargizione, o, da ultimo, sono attratti dal lucro e dal denaro, che è un aspetto quanto mai vergognoso ed abietto sia per coloro che si fanno prendere da esso, sia per chi tenti di ricorrere ad esso.

[22] La situazione non è buona, difatti, quando si ottiene col denaro quello che si dovrebbe ottenere con la virtù. Ma poiché questo mezzo è talvolta necessario, diremo in quale modo ci si debba servire di esso, se prima parleremo di quelle azioni che sono più vicine alla virtù. Inoltre gli uomini si sottomettono al volere e al potere di un altro uomo per più d’un motivo; sono spinti a ciò o dalla benevolenza o dalla grandezza dei benefici, o dalla superiorità del rango sociale o dalla speranza di ottenere qualche utile o per paura d’essere costretti ad obbedire con la forza o allettati dalla speranza d’un donativo e da varie promesse o, infine, indotti dal denaro, come spesso abbiamo visto nel nostro Stato.

[23] Fra tutti questi mezzi nessuno è più adatto a difendere e a conservare il potere dell’essere amati e nessuno è più contrario dell’essere temuti. Benissimo, infatti, dice Ennio:

«odiano colui che temono, e ciascuno desidera che muoia quello che odia »

Si è visto poco tempo fa, se prima era ignoto, che nessun potere può resistere all’odio di molti. E non solo la morte di questo tiranno, che la città sopportò, pur oppressa dalle sue armi e a cui obbedisce più che mai, anche se morto, dimostra quanto l’odio degli uomini sia valido a far cadere in rovina, ma anche la fine simile degli altri tiranni, quasi nessuno dei quali riuscì a sfuggire ad una simile morte. La paura, difatti, è una cattiva sorvegliante di un prolungato dominio, mentre la benevolenza è fedele custode perfino per l’eternità.

[24] Coloro, che col comando opprimono chi è schiavizzato con la forza, adoperino pure la crudeltà, come i padroni nei confronti degli schiavi, se non possono governarli in nessun altro modo. Ma nulla è più folle di quelli che, in una libera città, si preparano a farsi temere. Benché le leggi siano affondate dalla potenza di un uomo e la libertà sia intimidita, tuttavia sia le une che l’altra emergono di quando in quando o in taciti giudizi o nelle elezioni segrete per qualche carica. Più penetranti sono i morsi della libertà perduta che non di quella costantemente mantenuta. Accogliamo questa considerazione, che si estende assai largamente e non vale solo per l’incolumità dei cittadini, ma soprattutto per la ricchezza e la potenza, e cioè: la paura stia lontana e che sia conservata la benevolenza (dei cittadini). Così con grandissima facilità otterremo ciò che vorremo sia negli affari privati che nella vita pubblica. Giacché è inevitabile che quelli che vorranno essere temuti, a loro volta temano quegli stessi dai quali saranno temuti.

 

            2. La cultura e l’elevazione dello spirito

[Cicerone, Respublica I, 28-29]

Quis enim putare vere potest, plus egisse Dionysium tum cum omnia moliendo eripuerit civibus suis libertatem, quam eius civem Archimedem cum istam ipsam sphaeram, nihil cum agere videretur, de qua modo dicebatur effecerit? quis autem non magis solos esse, qui in foro turbaque quicum conloqui libeat non habeant, quam qui nullo arbitro vel secum ipsi loquantur, vel quasi doctissimorum hominum in concilio adsint, cum eorum inventis scriptisque se oblectent? quis vero divitiorem quemquam putet quam eum cui nihil desit quod quidem natura desideret, aut potentiorem quam illum qui omnia quae expetat consequatur, aut beatiorem quam qui sit omni perturbatione animi liberatus, aut firmiore fortuna quam qui ea possideat quae secum ut aiunt vel e naufragio possit ecferre? quod autem imperium, qui magistratus, quod regnum potest esse praestantius, quam despicientem omnia humana et inferiora sapientia ducentem nihil umquam nisi sempiternum et divinum animo volutare? cui persuasum sit appellari ceteros homines, esse solos eos qui essent politi propriis humanitatis artibus?

(29) ut mihi Platonis illud, seu quis dixit alius, perelegans esse videatur: quem cum ex alto ignotas ad terras tempestas et in desertum litus detulisset, timentibus ceteris propter ignorationem locorum, animadvertisse dicunt in arena geometricas formas quasdam esse descriptas; quas ut vidisset, exclamavisse ut bono essent animo; videre enim se hominum vestigia; quae videlicet ille non ex agri consitura quam cernebat, sed ex doctrinae indiciis interpretabatur. Quam ob rem Tubero semper mihi et doctrina et eruditi homines et tua ista studia placuerunt.

ANALISI

Il periodo evidenziato rappresenta una comparativa implicita all’infinito il cui soggetto è sottinteso; riferimenti al soggetto sono i due participi despicientem e ducentem. Nella traduzione, che non può essere letterale, il soggetto va interpretato secondo il contesto.

TRADUZIONE

Chi infatti potrebbe davvero credere che Dionisio, quando, meditando ogni tipo di progetto, aveva tolto la libertà ai suoi concittadini, facesse qualcosa di più grande del suo concittadino Archimede quando, benché sembrasse non occuparsi di nulla, aveva inventato quella sfera di cui si parlava poco fa? E chi non potrebbe pensare che sono ben più soli quelli che nel Foro e tra la folla non hanno uno con cui abbiano il piacere di colloquiare, di quelli che, senza alcun testimone, o parlano con se stessi o quasi presenziano al concilio degli uomini più colti, dilettandosi delle loro invenzioni e dei loro scritti? E chi poi potrebbe considerare qualcuno più ricco di colui al quale non manca nulla di ciò che il bisogno naturale richieda, o più potente di colui che ottiene tutto quello che desideri, o più beato di chi si sia liberato da ogni agitazione d’animo, o provvisto di una fortuna più solida di colui che possiede ciò che possa portare con sé sottraendolo, come si dice, perfino da un naufragio? Quale potere infatti, quale magistratura, quale regno potrebbe essere più  insigne di quello riferito ad uno che, disprezzando le cose umane e considerandole inferiori alla sapienza, non volge mai l’animo a nient’altro che al pensiero dell’eterno e del divino? che è convinto che tutti gli altri sono chiamati uomini, ma che uomini veri sono soltanto quelli che si siano raffinati nelle discipline umanistiche ?

(29) E così mi sembra, a proposito, squisitamente fine quel motto di Platone, o di chi altri l’abbia detto; si narra cioè che, avendolo gettato una tempesta dall’alto mare su ignote terre e su una deserta spiaggia, mentre tutti gli altri provavano timore per l’ignoranza dei luoghi, avesse notato sulla sabbia alcune figure geometriche e che, appena le vide, avesse esclamato che stessero con l’animo tranquillo; vedeva infatti delle tracce umane. E le interpretava evidentemente non dalla coltivazione della terra, che vedeva, ma dai segni della cultura. E per questo, o Tuberone, mi piacquero assai sempre la cultura degli uomini eruditi e questi tuoi studi.

Valete !

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